venerdì 9 marzo 2012
venerdì 2 marzo 2012
Santo Paolo Guccione, scultore: la Natura, la Materia e la Natura della Materia
Racalmuto (AG), i Presepi Artistici e le Sculture; 11/12/11- 30/01/12
Non è comune il fatto che un Artista, dopo aver optato per un determinato tipo di espressione tecnica, quale la scultura, non definisca (o appaia non definire…ma sappia benissimo quello che metta in atto e perché) quale sia la propria “materia” preferita da utilizzare per esprimersi. Di fronte alle opere scultoree di Santo Paolo Guccione non si può che rimanere positivamente impressionati, quindi, dalla varietà dei materiali utilizzati dall’Artista nello snodarsi del proprio percorso artistico, elemento fondamentale che rende solida e pregnante la sua lunga e prestigiosa carriera: un sintomo, questo, di creatività forte, potente, mai sopita e mai sazia di ricercare e sperimentare.
Certo, il basalto lavico etneo non risponde allo scalpello come l’alabastro o il ciottolo di fiume; la radice d’ulivo non risponde alla sgorbia come quella di altro albero; la materia per la ceramica, ottenuta con un determinato, personale impasto non risponde alle sollecitazioni delle dita e degli attrezzi atti a modellare come quella di un qualsiasi vaso di coccio; il filo di ferro non risponde al calore, alla flessione obbligata ed alla saldatura come quello di rame o di altro metallo: ecco quindi l’Artista che interviene di volta in volta, di materia in materia, di attrezzo in attrezzo, con quella che possa definirsi “scelta-non scelta” dei materiali svariati che lavora tutti con rara perizia.
La caratteristica del Guccione scultore, infatti, è particolarissima: nel suo caso è l’Artista che sembra “lasciarsi scegliere” dalla Natura, non viceversa. Ovvero, in lui non appare presente la volontà di servirsi della materia naturale per volgerla con caparbia forza al proprio intento espressivo, né con il “levare” arbitrario, né con il “mettere” invadente, ma il contrario; egli è un esploratore “mite”, ma non per questo “debole”: il Guccione è capace di “creare” dal “creato”; e non è cosa da poco se l’Artefice prima della Materia è la Natura, da considerasi, in qualsivoglia Civiltà, epoca e contesto, Divina. Egli “piega” volutamente e deliberatamente e, nello stesso tempo “dispiega” la propria Arte di instancabile realizzatore di forme e soluzioni “a” ed “in” ciò che gli venga offerto, dopo attenta, ininterrotta ricerca e debita scelta, dall’essenza naturale delle cose; dalla pietra o dal legno per primi, spesso di risulta, che sono i suoi materiali da lavoro preferiti; al filo metallico che pure ama, flette ed assembla magistralmente, raggiungendo in tal modo gli obiettivi concettuali che si prefigge: questa appare essere la sua ampia materia espressiva.
Per quanto riguarda la pietra, di svariata natura e composizione, ad avviso di chi scrive, l’Artista non “estrae” le forme dal materiale grezzo, ma con misteriosa abilità, le individua e spesso ve le lascia dentro; e lo fa volutamente. Paradosso affascinante può essere per uno scultore tale sottilissimo, infinitesimale limite che egli ha scientemente deciso ed è capace di non oltrepassare. Ed è questo il lato più suggestivo di alcune sue sculture, come “Gli amanti” in pietra bianca di Ragusa: costoro si abbracciano, ma lo fanno ancora dentro la pietra; Il Guccione non li ha tirati fuori: li ha solo scoperti, “accarezzati” per evidenziarli con lo scalpello e la levigatura, ma lasciati lì, nel proprio eterno, misterioso abbraccio primordiale nella pietra e con la pietra. Ha deciso di non sottrarli alla loro natura. Lo stesso ha fatto, ad esempio, con madre e figlia nella suggestiva, “Maternità” in pietra dorata di Sabucina, fruibile ancora in questa vasta Esposizione Personale a Racalmuto (AG) , che vede in atto contemporaneamente due Mostre in una duplice sede espositiva: i Presepi Artistici al Castello Chiaramontano e le Sculture nel saloni della Pro Loco.
E qui, riallacciandosi alla precedente riflessione, ci si potrebbe chiedere come faccia allora il Guccione ad utilizzare la pietra così come se ne possa vedere il risultato in alcuni suoi suggestivi Presepi Artistici, ovvero in apparente, assoluta contraddizione con quanto precedentemente rilevato: come facendola “implodere”. Il sasso viene lasciato in maggioranza informe, o, meglio, come Natura lo ha voluto, agendovi l’Artista esternamente con interventi “discreti”, tutti da studiare da vicino e da ogni lato per essere colti appieno, mentre dentro sembra che egli riesca a ricreare misteriosamente quel “caos” da cui il masso è derivato, nei miliardi di anni che sono occorsi a che divenisse come è stato ritrovato e scelto. Un micro “big bang” alla rovescia, quasi. Ecco allora la pietra svuotarsi volutamente e con forza, sotto l’azione decisa dell’Artista; essere privata del proprio interno con cosciente, a volte più che volitiva azione di scalpello, con una veemenza mai involontaria e sempre creativa, nonché sempre con il sapiente utilizzo del rutilante intreccio delle stratificazioni geologiche naturali, a che il fine artistico sia raggiunto.
E’ plausibile che sia il tema trattato, quello della Natività mistica, che lo porti ad agire in tal modo: il Cristo, incarnandosi e scendendo sulla terra, è stato un elemento di deflagrazione apparentemente non violenta né distruttiva, ma assolutamente capace di produrre uno sconvolgimento totale prima di tutto all’interno dell’animo umano, di cui la pietra può diventare simbolo. Ne risultano forme criptiche, in certi casi misteriose e contorte, simili a quelle che si ritrovano nelle sculture in legno, altro materiale amato dal Guccione e reso proprio intimamente, forse più di qualsiasi altro materiale, ai fini della poetica che egli porta avanti con il proprio appassionato lavoro.
Nelle sculture in legno l’Artista compie ciò che ha compiuto nella pietra nell’abbraccio dei suddetti “Amanti”: la materia, spesso radice d’ulivo, dal colore caldo ed ambrato, tramutata in un insieme di figure prevalentemente antropomorfe, non abbandona la propria natura contorta ed intrecciata: si proietta soltanto in torsione verso l’alto o verso inclinazioni diverse, senza violenza alcuna, con inaspettata, suadente aderenza dei soggetti al tronco, con la tortile capacità di rendere le figure allacciate, abbracciate, spesso, a se stesse ed insieme al legno da cui sono state generate. Così come nell’amplesso eterno ed eternato degli amanti, l’artista “svela” soltanto tali figure, che decide, come per quelle in pietra, essere legate nel soggetto da inscindibili e sacri vincoli familiari di sangue o d’amore, in un “togliere” scultoreo sapiente e calibrato, che rende le forme fruibili alla vista e le presenta attraenti anche al tatto nel risultato finale, per il quale la levigatura è mezzo di fascino aggiunto, così come lo è, in qualche caso, la bruciatura, strutturante ed ombreggiante, finalizzata ad un preciso effetto chiaroscurale.
Qui sta la forza dell’Arte del Guccione: la delicatezza volitiva di chi voglia creare senza distruggere, di chi voglia imporsi assecondando senza contraddire, di chi sia quasi religiosamente grato a Chi gli abbia “offerto” quel materiale per esprimere una ricerca artistica ininterrotta, continua, incessante, in atto da sempre, fin dalla sua prima gioventù.
Ed ecco allora, nella sua produzione, a questo proposito, riaffacciarsi la ceramica, prima materia che il giovane Santo Paolo si è trovata tra le mani ancora studente: materia fragile, friabile una volta consolidatasi, ma viceversa, per quella affascinante contraddizione in nuce che sovente si rileva nell’Arte del Guccione, dedicata anche a temi solenni, alla Mitologia Greca ed ai suoi personaggi, che animano le grandi opere teatrali classiche e che costituiscono addirittura un ciclo di sculture dal titolo, appunto, “Tragedia Greca”. Temi a volte cruenti, come il “Prometeo” incatenato (dall’omonima tragedia dell’immortale Eschilo), il Titano che rubò il fuoco agli dei, donandolo agli uomini, e ne fu punito, incatenato per volere di Zeus ad una rupe e con un’aquila che eternamente gli divorasse il fegato, che appositamente ricresceva, per essere divorato e divorato ancora; o di delicata matrice ed esecuzione, come “Pace e Amore”.
Ma, nei temi mitologico-tragici greci, dall’Artista prediletti, egli affida non a caso l’immaginario ritratto del Sofocleo Edipo, Re di Tebe, alla scabrosa lava dell’Etna lavorata di scalpello con voluta evidenza e senza riserve, un tempo infuocata, bruciante, come il sentimento ed il dolore fisico del re dagli occhi gonfi e chiusi, poiché con le proprie mani si è accecato, in un impeto di catartico esercizio della Giustizia ed aderenza al Fato che lo ha voluto involontario uccisore del padre ed incestuoso sposo della madre; o, ancora, esprime simbolicamente nel basalto lavico, freddo e liscio al tatto come il ghiaccio se levigato, ma pronto ad infuocarsi se riscaldato, il fervore mistico-visionario di Cassandra, disperata e mai creduta profetessa di spaventosi accadimenti per la città di Troia, la Ilio di Omero, ed i suoi abitanti; la figlia di Priamo, colei che, dall’involontario, ottenebrato e freddo grigiore della mente, s’infiammava all’improvviso in irrefrenabili, pubbliche esternazioni di terrificanti, fatali profezie di sventura.
E se, come prima accennato, insieme agli altri materiali, la ceramica è tramite tra la poetica dell’Artista e quella che è la poetica mitologico-tragica greca, ecco la delicatezza dell’animo del Guccione credente che, sempre con la ceramica, da tali temi mitologici ritorna al presepe, con fragile, delicata morbidezza di forme ed armoniche composizioni ad altorilievo, lì dove , se ci si avvicina, quasi si ha paura di alitare, per non scomporre tale delicatezza di volo angelico o di sporgenza e piega di veste, in una prospettiva che per qualche verso, sia pure nel grigiore voluto della materia, evoca pittoriche espressioni barocche.
A tutto ciò si aggiunge la sapiente tecnica della scultura in filo di ferro, che viene poi dorato o patinato altrimenti, a seconda delle parti espressive che lo compongono. E qui ci si può riallacciare ancora a quella “potente forza delicata” che porta l’Artista non più a togliere dalla pietra o ad aggiungere alla ceramica, ma ad ideare e stilizzare. Grandi installazioni, semoventi, alcuni suoi presepi, che attirano immancabilmente il fruitore anche a toccare e, toccando, a muovere la composizione, creata appositamente in tal modo, come un grande, lucente, affascinante “giocattolo”.
Viceversa, nelle sculture d’altro soggetto, nuovamente spesso mitologico greco, il metallo diventa griglia, con un insistente, ripetitivo contorcersi del filo; come nello struggente elevarsi verso l’alto delle braccia di Dafne, che, sotto gli occhi di Apollo, inizia a trasformarsi dolorosamente in albero d’alloro, a cominciare dalle dita; o nel ratto della ninfa Europa da parte di Zeus, tramutatosi in toro, al galoppo verso l’isola di Creta, di cui poi ella fu la prima regina e da cui deriva il nome che i Greci diedero al continente a nord dell’isola: la nostra Europa. Sono tutte figure in cui il filo metallico s’intreccia, s’annoda e si contorce in un groviglio inestricabile, che possa paragonarsi solo a quello delle anime tormentate d’uomini, dei e semidei a cui s’ispira il lavoro del Guccione.
Ma non solo l’intreccio, la torsione ed il movimento la fanno da padroni nelle sculture dell’Artista. Si denota palesemente in alcune opere che ciò che accade alla pietra anche in soggetti profani, accade alla materia di alcune delle Sacre Rappresentazioni dei Presepi Artistici: il materiale lapideo appare, in diversi casi, di una semplicità di presenze e forme mai banale ma essenziale, ridotta all’indispensabile, priva di volti e connotazioni specifiche. Al che non si può fare a meno di pensare che ciò accada per sottolineare l’universalità dei soggetti e che la ricerca stia portando l’artista ad un’espressione di rinnovata ispirazione e più ieratica tensione drammatica nelle figure.
Stessa ideazione e realizzazione si rileva nelle opere in cui il plexiglass faccia da fondale a tale pietra squadrata e levigata o diventi protagonista materico assoluto dell’opera d’Arte Sacra.
Il Plexiglass, materia povera e solitamente inflazionata nella vita di tutti i giorni e destinata a perdersi nelle discariche, colorato o trasparente, opaco o lucido, viene dal Guccione recuperato e rifilato con estrema sintesi compositiva, sagomato, assemblato, ma soprattutto “riciclato”, secondo una prospettiva assolutamente moderna e che si fa strada soprattutto fra quegli artisti che usufruiscono dei doni della Natura per creare. Pietra, legno, metallo: tutto è prezioso. Danneggiare o addirittura uccidere la Natura, significherebbe, in estrema sintesi, uccidere anche l’Arte. Il salvare la Natura, riciclando senza sprecare, lancia un messaggio di grande e coinvolgente modernità, che, tenendo l’Artista al passo con i tempi, nello stesso tempo rispecchia quasi una simbolica “equazione”: Natura +Arte =Natura salvata = Natura +Arte... Un concetto ripetibile all’infinito, che rientra perfettamente nella poetica del Guccione e che fa di lui un Artista dall’espressione scultorea mai ripetitiva, sempre giovane, nell’attualità che rende l’Arte anche espressione del Tempo e della Vita, nello snodarsi delle vicende di questo nostro mondo nel terzo millennio. Natalia Di Bartolo per “Penna per Artisti”©, Scritti d’Arte per l’Arte http://www.pennaperartisti.com/
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